Monsignor Ernesto Teodoro Moneta-Caglio
(1907 -1995)

Studioso di Liturgia e Canto Ambrosiano - Preside per trent'anni del
Pontificio Istituto Ambrosiano di Musica Sacra - Promotore del Movimento Ceciliano e di Scholae Cantorum - Canonico maggiore poi Primicerio del Capitolo metropolitano del Duomo di Milano - Responsabile della Biblioteca capitolare- Consultore per la Liturgia al Concilio vaticano II - Protonotario Apostolico.

Cronologia:
23 maggio 1907 nasce a Milano
1 novembre 1929 .- è ordinato sacerdote. Si laurea in teologia ed è destinato come insegnante nel seminario di San Pietro a Seveso.
1933: .- Coadiutore nella parrocchia di San Sempliciano a Milano
1945: .- è nominato parocco di Lomazzo
1957:.- è nominato canonico maggiore effettivo del Duomo di Milano e preside del Pontificio Istituto di Musca Sacra
1962:.- primicerio del Capitolo Metropolitano
1979: .- è nominato Protonotario apostolico
1995 - 5 dicembre: Muore ed è sepolto nel cimitero di Lomazzo (CO)


"
Riconoscimento Associazione Italiana Santa Ceciclia

Riconoscento Comune di Lomazzo

"Ricordi d'affetto" di Monsignor Luciano Mgliavacca

"Servire Dio nel Canto nella lode, nella liturgia",, omelia del Cardinale Martini, Arcivescovo di Milano,
nelle esequie di Mons. Ernesto Moneta Caglio

Riconoscimento (citazione) da Paolo VI

NED , Nuove Edizioni Duomo 1996

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Quando i toi occhi vividi di fulgida luce
per ceciliana perenne giovinezza
queste righe leggeranno
che amor ti voglion dire
e profonda riconoscenza
allor ti risovenga
o carissimo
Mons. dott. Ernesto Teodoro Moneta-Caglio
di tutti gli amici e discepoli
dell'Associazione Italiana Santa Cecilia
che in te salutano
- il cultore dottissimo della sua storia
- il difensore tenace della Sacra Liturgia
- l'impareggiabile suscitator di schiere canore
che sempre nelle nostre chiese
nell'esuberanza canteranno
inni stupendi di gloria a Dio e di pace agli uomini di buona volontà
.

 
Antonio Mistrorigo Vescovo
presidente dell'AISC
Monza 21 settembre 1980

Novembre 1957 il Comune di Lomazzo
a
Monsignor dott. don Ernesto Moneta-Caglio,
prevosto di SS. Vito e Modesto che nuovo al paese c
on indimenticabile gesto di pastorale sollecitudine
di ogni rischio generosamente oblioso il 26 aprile 1945
consegnando se stesso garante
alle truppe tedesche occupanti
ne affrettava la partenza
restitutrice di libertà al paese.
Il Comune di Lomazzo
nel nome della popolazione tutta
esprime imperitura gratitudine
auspicando più alti destini al Sacerdote magnanimo.
Per l'omaggio completo all'eroe della liberazione della cittadina:
l sito del Comune di Lomazzo cliccare su: La lotta per la Liberazione

Ricordi d'affetto

Il mio primo incontro con Mons. Moneta fu il due ottobre 1929. Ero all'inizio della quinta elementare. Il nostro prete coadiutore, don Onorato Pirovano, mi condusse con un altro ragazzo all'oratorio di San Vittore ad accompagnare un nostro amichetto, che entrava proprio quel giorno in seminario; nel vecchio e vasto seminario di SanPietro Seveso.

Lì fummo presentati ad aalcuni insegnanti, di cui il nostro prete era conoscente: il giovane don Giovanni Colombo, brillante professore di lettere, - che mi fu poi maestro per tutti i dodici anni della mia vita seminaristica-; don Delfino Nava, maestro di canto, trasudante dolcezza e soavità, tranne quando insegnava musica; e un certo prete, alto alto e magro, che parlava con una strana voce chioccia e buffa, da gatto o da papagallo, che più che farmi ridere mi impressionò.
In quegli anni avevo incominciato ad accostarmi alla Divina Commedia. Un mio zio me ne faceva leggere brani o li declamava lui stesso, su un volume raccolto di dispense - pubblicate mi pare, dalla Sonzogno -, illustrate da Gustave Doré. Non potei fare a meno di pensare a me, piccolino, davanti a quel prete alto alto, come a Dante e a Virgilio di un incisione, minuscoli davanti a enormi personaggi che s'ergevano come torri nella vastità dell'imbutto infernale; Nembròt, Briaeo, Fialte, Anteo.
Erano giochi della fantasia. Più tardi ci dissero che donMoneta si valeva di un polmone solo. L'altro era inutilizzato per un'operazione chirurgica. Eppure, quando cantava, aveva una riserva di voce formidabile: intiere frasi con un sol fiato!Lo conobbi meglio l'anno seguente - entrai anch'io in seminario-, come direttore del coro di canto ambrosiano.

Erano i primi anni, felici, del Cardinale Schuster. Quel sant'uomo era impregnato di cultura e di arte fino nell'intimo. Non c'era discorso che non fosse arricchito da citazioni classiche, da nozioni epigrafiche, da riferimenti storici, che trapassavano, poi, in pensieri spirituali con la più grande naturalezza. Amava moltissimo la musica sacra: era stato insegnante di canto gregoriano nel Pontificio Istituto di Musica Sacra in Roma. Giunto a Milano volle che anche presso di noi vivesse una consimile istituzione; chiamo a reggerla il celebre paleografo don Gregorio Suñol, già priore a Monserrato. Il seminario risentì subito di tale nuova e nobile atmosfera; per essa lo studio e la pratica liturgica e musicale rifiorirono.

Don Moneta non aveva fatto in proposito studi speciali: era laureato in teologia. Ma subito si rivelarono due sue passioni: la liturgia e il canto liturgico.
Della prima è testimonianza un libro, ancor oggi utile e dilettevole: "Intendere la Messa"; la passione per la musica lo spinse - e fu idea intelligente e quanto mai proficua - a ricercare le fonti antiche, i manoscritti contenenti il repertorio ambrosiano autentico. Ne scoperse e ne catalogò ben 312, totali o parziali. Su di essi incominciò un paziente lavoro di indagine critica. E fu, questo motivo d'attrito con Padre Suñol: non sempre s'intendevano su modi d'indagine e di interpretazione.

Don Moneta si ritirò dal seminario: divenne coadiutore a San Sempliciano, poi fu fatto parroco a Lomazzo. Ma gli anni di seminario, con lui, furono impagabili. Il coro dei chierici da lui allestito e diretto suscitava i più ampi consensi. Le voci fresche dei suoi piccoli cantori - dalla prima alla quarta ginnasiale - suscitavamo l'invidia degli altri del coro polifonico. Gli abiti liturgici, alla moda antica - i "camisìoli" - indossati dai solisti, i gorgheggi dell'alleluia sull'alto del pulpito , l'incedere processionale del coro ambrosiano... erano fonte di meraviglia e di suggestione.

Per una certa mia propensione, ero sfruttato sia da don Nava, per accompagnare all'armonium nelle prove di polifonia, sia da don Moneta, per quelle di canto ambrosiano. Piccolino e magrolino come ero, mi chiamavo con affetto "il mio Migliavacchino". Ho sempre ricambiato con altrettanto affetto.
Il suo amore per il canto liturgico non aveva limiti e contagiava tutti. A Lomazzo compilò di sua mano un'intiera raccolta di canti ambrosiani, e insegnò a cantarli a tutto il popolo. Quando, una volta, vi giunse in visita l'allora cardinale Montini, fu stupito nel sentire l'intiera popolazione cantare tutta la Messa e tutto il Vespero. L'effetto fu che don Moneta venne chiamato a Milano a dirigere il Pontificioo Istituto Ambrosiano di Musica Sacra, come successore di Padre Suñol e di Padre Altisent.

Giungemmo a Milano quasi contemporaneamente: io alla Cappella, lui al Pontificio. L'Istituto era, prima, alloggiato in una palazzina di Piazza Verziere, accanto a San bernardino alle Ossa. Poi trovò alcuni ambienti, molto in alto - cento gradini da fare a piedi - di fianco al campanile di Sant'Antonio: locali di fortuna. Quando la Fabbrica del Duomo decise di costruire la sede della Cappella, un piano fu riservato ad accogliere il Pontificio Istituto.
Monsignor Moneta - lo chiamerò così da ora - divenuto canonico del Duomo, anzi primicerio-, ebbe l'idea geniale di costituire in seno alla Cappella un coro di canto ambrosiano per le esigenze delle celebrazioni sacre nella Cattedrale.
Lui stesso s'interessò del reclutamento, dell'istruzione e della direzione. Un gruppo di baldi giovinotti accettò di sottoporsi ad alcun tempo di prova, per un canto che esigeva atenzione particolare, tecnica speciale di voce, e uno spirito, che permettesse a quell'antico canto - da esso ci dividono spesso mille e millecinquecento anni - di esprimere tutto il fiorire di cultura, d'arte, di spiritualità, con cui è stato composto e per tanto tempo eseguito.

Per questo canto Mons. Moneta diede le sue forze e la sua vita. Gli capitavano a volte cose curiose. Un codice ambrosiano, tra i più importanti, fu trovato per caso in una soffitta di casa parrocchiale: era stato messo come puntello a reggere la trave di un tetto un poco pericolante. Altra volta si impadronì, con astuzia, di un altro codice, che il parrocco timoroso di ladri, teneva chiuso nel comodino della camera da letto.

Di famiglia nobile, portava fieramente il nome - Ernesto Teodoro . che era stato del nonno, unico premio Nobel per la pace italiano. Attualmente c'è una via Ernesto Teodoro Moneta ad Affori, corre lungo una discarica. Chissà che per il centenario del conferimento Milano - la città! - non decida di intitolare una via - che sia via - al Nonno; e magari, una anche al Nipote!

Da giovane era stato uno sportivo: cavalcava e guidava auto da corsa (ndr: ed era accademico del CAII). Ma più ancora, aveva una memoria prodigiosa: nulla di quanto accostava per studio gli usciva di mente; perciò il suo archivio personale era fornitissimo, e non una citazione usciva a sproposito dalle sue labra e negli scritti. Alcune sue opere voglio ricordare:
I "
Responsori cum infantibus" . I responsori, con una parte riservata ai fanciulli del coro, sono una specialità del rito milanese. Mons. Moneta li studiò e li collocò nell'ambiente storico del loro nascere e della loro fioritura, individuando i secoli VIII e IX come il tempo del loro massimo sviluppo. Portò così ulteriore luce a un giudizio obiettivo di quei secoli, che furono detti "di ferro", e che furono invece fecondi, almeno per quanto riguarda l'arte musicale,
"Lo Jubilus e le origini della salmodiaa responsoriale". Con questo lavoro fondamentale e documentatissimo - vi sono pagine e pagine di note e citazioni - egli arriva al primo fiorire del canto e della musica occidentale. Dimostra anche che la musica cristiana si afferma subito con personalità propria, che la distingue dal canto ebraico e la contrappone, per spiritualità e per l'uso esclusivo della voce umana, all'arte musicale greco-romana, dalla cui linfa essa tuttavia si giova.

Una terza opera, cui attendeva, rimane incompiuta. E' la "Storia del Movimento Ceciliano", ciè dell'azione di coloro che rifiutavano, nelle celebrazioni del culto, musiche che non fossero adatte alla sua austerità ed esigevano, invece, coerenza d'arte e di spirito con essa. Movimento da molti ancor più che sconosciuto o inviso; che invece si onora di musici esperti nella loro arte. A Milano è da ricordare il folto gruppo di docenti del Conservatorio o uscito da esso, che fecero capo a don Lorenzo Perosi.

Mons. Moneta ci lasciò però parecchi capitoli di tale sua opera in un foglio mensile, che aveva ideato e redasse personalmente per i cantori parrocchiali. Si intitolava "Scholae Cantorum", e con esso dava valido appoggio a quanti si opponevano aal dilagare nelle chiese, non più di musica operistica - come nel secolo scorso - ma a quello, peggiore, della musica di consumo.

Come membro del segretariato della Associazione Italiana Santa Cecilia per la musica sacra, egli favorì il rifiorire di tante scholae cantorum nelle parrocchie. E suscitò vero entusiasmo con i raduni, da lui proposti e diretti, che viderò fino quindimila cantori adunati in San Pietro o nella Piazza, a cantare per le celebrazioni solenni di Paolo VI e di Giovanni Paolo II.
Era un autentico duce! Guai se qualcuno osava opporsi ai suoi ragionamenti. Diventava rosso, la discussione minacciava di trascendere in rissa; bisognava cedere o abilmente eludere. Più di una volta fui intermediario tra l'incaponito nostro Monsignore e qualche altro personaggio, con cui l'intesa era diventata difficile.
Ma aveva anche atteggiamenti e manifestazioni di umiltà e di dolcezza. Come quella volta - lo ricordano i suoi cantori . che, venuto in coro accigliato e impermalito, non ricordo per quale motivo, bastò un mio gesto di discreto richiamo, perché si calmasse all'istante. E i suoi cantori ricordano con quanta gioia, dopo molte esecuzioni, si tratteneva con loro. Non si trattava solo di chiacchierare un poco; sceglieva qualche pregiata bottiglieria - Lo Scoffone! - e con un buon bicchiere di vino si festeggiavano canto e cantori e si allietavano gli spiriti. E più d'una volta amava portarsi con loro, per un degno pranzetto in qualche località caratteristica.

Oltre alle opere di studio stava attendendo ad edizioni critiche degli antichi canti ambrosiani. Forte d'una esperienza pluridecennale, della sua cultura paleografica, della conoscenza dei nostri codici, trascrisse parecchi canti.

Gli ultimi anni un poco vaneggiava. Una mattina in Duomo, in cui come al solito, l'intiera Cappella cantava, mi prese in disparte e mi chiese: "Migliavacca, non cantono oggi i tuoi cantori?" Erano lì, schierati sui gradini davanti a lui. La domanda mi sorprese e mi addolorò. Non era più il Mons. Moneta scintillante di brio; e non era più lui, nel passo guardingo e trascinato con cui veniva per le ultime lezioni al Pontificio.

Il sabato 9 dicembre 1995 in Duomo furono fatti i suoi funerali. Il Cardinale Martini tenne una commovente omelia di ricordi e di elogi. I cantori cantarono degnamente per il loro primo maestro.

Possa egli - finalmente pacificato e sereno - infondere a tutti noi amore alla cultura, alla spiritualità, alla liturgia, al canto sacro.

Mons. Luciano Migliavacca
10 maggio 1996 - Sala delle Colonne Museo del Duomo.

 

 

"Servire Dio nel Canto nella lode, nella liturgia"

Siamo raccolti per l'ultimo saluto a Monsignor Ernesto Moneta Caglio, che è stato a lungo il cantore di Dio in questo Duomo dove ha celebrato i divini misteri. Egli era prete da 66 anni. Canonico maggiore del Duomo da 38 anni e, dal 1962, Primicerio. La sua vita è stata quindi spesa tutta per la nostra Cattedrale e per la nostra Chiesa e noi, con amore, con gratitudine e in spirito di intercessione lo riceviamo oggi accompagnando la sua anima di fronte al mistero del Padre.

La Cena pasquale
a prima lettura della liturgia, che abbiamo ascoltato, parla della preparazione della Pasqua, della cena pasquale. E la cena pasquale, centro della vit di un presbitero, è stata davvero il punto focale dell'esistenza sacerdotale di don Ernesto.
Dal momento dell'ordinazione presbiteriale, che gli fu conferita a soli ventidue anni, la Messa è stata il filo d'oro che ha dato unità alla sua vita fino a quando ha potuto celebrarla e poi ascoltarla fino alla sua morte.
E con la Messa, tutto il suo servizio e ministero, fu concentrato nell'attenzione alla liturgia. Benché sia noto soprattutto per il suo ocntributo al canto ambrosiano, occorre porre tale contributo nella cornice più vasta della passione per la liturgia che lo ha caratterizzato da sempre.

Mons. Moneta Caglio era un otimo conoscitore delle fonti della storia del rito ambrosiano e, dopo soli dieci anni dall'ordinazione sacerdotale, pubblicò uno studio intitolato "Intendere la Messa" che segnava allora uno dei primi tasseli che diedero vita al Movimento liturgico in Italia. Della Messa studiava le rubriche, la storia e anche la spiritualità e la dottrina della Messa ambrosiana; un lavoro, il suo, che rivela un grande amore alla liturgia e insieme una preziosa metodologia di ricercatore, una prodonda erudizione,

In seguito si specializzò nel canto, continuando però ad occuparsi di liturgia scrivendo articoli di ammirevole rigore storico sulla rivista "Ambrosius". Non a caso fu chiamato come Consultore per la liturgia al Concilio Vaticano II, di cui abbiamo ricordato ieri il XXX di conclusione, ed ebbe così un ruolo importante nella riforna del rito ambrosiano.

Comunque il canto ambrosiano fu certamente il campo preferito degli studi di Monsignor Moneta Caglio, il campo preferito della sua attività: vi si era dedicato già negli anni dell'insegnamento al Ginnasio di S. Pietro in Seveso, dove fu promotore della "Giornata ceciliana" che attrasse al Seminario di Seveso tanti preti della diocesi, per le esecuzioni che rinnovavano e rinverdivano le antiche tradizioni di canto della nostra Chiesa.

Il canto fu dunque la finalità primaria delle sue ricerche, del suo impegno, delle sue fatiche. Realizzò il censimento di tutti i manoscritti del canto ambrosiano, usando i metodi più recenti della tecnica; con lui lo studio di questo canto giunge a livelli rigorosamente scientifiici. Ne è un saggio, in particolare, "L'Antifonale ambrosiano" del 1985.

Si impegnò inoltre per la promozione delle Scholae Cantorum; ; approfondì la storia del movimento ceciliano , fu preside per trent'anni del Pontificio Istituto di Musica Sacra, che egli portò a livelli di grande serietà.

Tutti questi meriti che noi gli riconosciamo saranno ricordati nelle sedi opportune. A me preme piuttosto fare memoria, con gratitudine al Signore, di come don Ernesto metteva nel canto la sua anima. Non si trattava semplicemente di un'occupazione scientifica; sentiva il canto quale testimonianza di vita e di lode a Dio. Come potremmo dimenticare, ad esempio l'antifona dei vesperi dell'Epifania, che cantava in questo Duomo con senso di responsabilità per il suo ufficio di Primicerio, ma anche con un cuore pieno di amore?

E permettetemi pure un ricordo personale. Quando venni in Diocesi come Arcivescovo, nel 1980, non sapevo nulla del canto, tanto meno del canto ambrosiano. Egli mi fu vicino, cercò con pazienza di insegnarmi a cantare mediante delle cassette sulle quali eseguiva di volta in volta i canti del celebrante. Lo faceva con quella signorilità di animo, con quella delicatezza, con quella nobiltà di tratto che lo distingueva in tutto il modo di esprimersi. La vita di Monsignor Moneta Caglio è stata piena, ricca di servizio alla Chiesa, ricca di ideali anche umani; una vita nella quale la liturgia, il canto, la lode a Dio, la celebrazione costituivano veramente il centro.

La Passione e la Gloria

Il secondo brano evangelico, che è stato letto, ci ricorda la passione di Gesù, il suo dolore, la sua sofferenza, la sua agonia. Don Ernesto è passato per una lunga sofferenza e la malattia ha costituito per lui il passaggio, la purificazione del cuore per presentarsi al cospetto di Dio,
Noi vogliamo pregare affinché il Signore lo abbia già incontrato con le parole della terza lettura evangelica, dove Gesù dice: "Pace a voi!", e i discepoli goiscono nel vedere il Signore.

Il nostro fratello ha gioito nella lode del Signore con il canto e la liturgia; ora, con la liturgia, lo accompagniamo mentre è invitato a gioire in cielo, a contemplare la presenza svelata del Signore Gesù, a incontrasi definitivamente con Lui che ha tanto amato e servito.

Ci doni il Signore di imitare qualcosa del suo amore per la liturgia, per il canto, per l'Eucaristia; ci doni di essere uniti a don Ernesto nella liturgia del cielo, nella lode che gli angeli cantano al Padre nel Cristo. Doni alla nostra Chiesa di mettere sempre al primo posto la lode e l'onore di Dio, espresso in tutte le forme della liturgia, della preghiera, dell'ascolto della Parola, della meditazione della Scrittura.

Sentiremo ancora con noi don Ernesto nelle sue opere, nei risultati del suo lavoro scientificco, ma soprattutto nella fede, nella speranza e nell'amore con cui si è dedicato a Dio e ora ci invita alla stessa dedizione, a intercedere per lui e a confidare nella sua nella sua preghiera per noi presso il Signore.

Cardinale Arcivescovo Carlo Maria Martini
Duomo di Milano, 9 dicembre 1995

 



 

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Trento (Castello el Buonconsiglio) :
15 luglio - 31 ottobre 2000
Jubilate Deo" - - Miniature e melodie gregoriane
- Testimonianze della biblioteca L. Feininger. Inf. tel. 0461 233770.
email
fausta.slanzi@provincia.tn.it

 

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