Al Comitato Nobel del Parlamento norvegese, che mi ha onorato d'un eccelso premio;
a Re Vittorio Emanuele III, al governo italiano e agli uomini illustri italiani ed esteri che in quest'occasione mi mandarono attestazioni di loro simpatia;
alle Società della Pace di tutto il mondo, che si allietarono dell'onore toccato al loro vecchio commilitone;
agli amici tutti, noti ed ignoti, che in questi giorni vollero dar prova del loro affetto all'Italia ed a me, vada in quest'istante l'espressione della mia profonda gratitudine.
Ma io mi crederei indegno di tante cordiali manifestazioni, se non dicessi che, dell'onore toccatomi, mi sento sopratutto debitore all'Italia, di cui, giovinetto, nei giorni più memorabili del nazionale riscatto, ho sentito dentro di me le vibrazioni dell'anima grande e generosa.
Nei giorni della gloriosa preparazione l'indipendenza e unità della patria venivano insegnate dai nostri grandi maestri - primo fra i primi Giuseppe Mazzini - come dovere sacro d'ogni cittadino, perchè l'Italia, divenuta arbitra dei suoi destini, potesse adempiere la sua missione civile nel mondo.
L'Italia, dicevano, non deve risorgere solamente per sè, ma anche per gli altri popoli. Prima la libertà della nostra nazione, poi l'unione di tutte le libere patrie.
Queste idee dei pensatori e degli evangelizzatori patrioti, espresse nei foglietti stampati alla macchia e trasfuse nei carmi dei poeti, passarono nel popolo; e venuti i giorni della riscossa, apparvero nei moti delle bandiere sventolanti di sopra le barricate; erano nei cuori dei combattenti, pei quali la gioia maggiore non era quella di uccidere, ma di abbracciare come fratelli i nemici fatti prigionieri.
Lo stesso alto ideale di Libertà e di Umanità nell'anno epico del grande scotimento di tutt'Europa infiammava i capi e gli attori dei sollevamenti di Parigi, di Vienna, di Berlino e di Budapest, onde la sospirata unione fraterna di tutti i popoli d'Europa parve allora vicinissima.
Ed io, quando la nostra impresa nazionale parve compiuta, non dimenticai tali insegnamenti, che Garibaldi aveva glorificato colle sue magnanime gesta, onde nella mia propaganda più che ventenne non feci altro che rendermi interprete dei sentimenti e delle idee, che gl'immortali maestri e duci del nostro nazionale risorgimento lasciarono in retaggio alle successive generazioni.
E se il Comitato Nobel del Parlamento norvegese ha quest'anno premiato me, mentre parecchi con non minore energia e con maggiore ingegno hanno altrove lavorato per lo stesso ideale di pace e di fratellanza fra i popoli, io credo che così ha deciso, perchè ha veduto che l'opera mia non fu sterile e che in Italia nell'amore della pace vera e giusta non v'è distinzione di partiti, perchè comune a tutti, popolo e governo.
Per questo l'onore ch'è toccato a me, col premio Nobel, risale all'Italia, e le manifestazioni che, per esso, mi sono venute da tutte le parti del paese, non fanno che rinsaldare la mia fede nella fine delle guerre e negli alti destini che non potranno mancare all'Italia, se a cotale fine, sognata e predicata da tutti i grandi italiani d'ogni età, vorrà cooperare con opere virili.
Laboremus. L'ora del riposo non è giunta nè per me, nè per nesuno dei combattenti per la grande e buona causa, perchè la pace che dall'alto ci sorride non è la pace della quiete, nè la rassegnazione, ma opera alacre e continua per la verità, per la giustizia e per il bene comune.
La vita è lunga e non sempre facile, ma ogni passo che ci avvicinerà alla grande meta, ravviverà le nostre energie, e darà all'anima quel maggior conforto per cui l'uomo sente che la vita ben merita di essere vissuta.

Ed ora colla speranza che i sodalizi, gli uomini illustri e gli amici che mi mandarono rallegramenti e auguri saranno sempre validi cooperatori nel lavoro della pace per un Umanità più giusta e più unita, invio di nuovo a tutti vivi ringraziamenti ed il saluto del cuore.

E.T. Moneta


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